L’ingannevole mantra del MERITO

Mille sono gli inganni che questo sistema capitalistico finanziario malato genera per continuare a prosperare, o almeno a sopravvivere, annebbiando le menti delle persone. Una di queste è il mito del ‘MERITO’.  Nell’economia preindustriale, nelle campagne c’era posto per tutti: anziani, bambini, donne, invalidi, sempliciotti, gracili, trovavano modo di dare il loro contributo, traendone comunque di che vivere. Certo gli aitanti giovani potevano trarre maggior prodotto, ma c’era di che vivere per chiunque applicasse un pò di buona volontà. Nel primo capitalismo, con la catena di montaggio che riduceva la richiesta di pura forza fisica, esaltando pazienza, costanza, precisione, c’era una tal richiesta di mano d’opera che, pur come seconda o terza scelta, difficilmente un individuo restava a lungo senza lavoro: sebbene con salari poco superiori ai livelli di sussistenza. Oggi ci troviamo in una giungla dove pochi traggono dal lavoro o dal loro semplice ruolo, guadagni immensi, la maggioranza ricava quanto necessario per un’esistenza dignitosa, ma per una minoranza sempre più cospicua non c’è spazio neppure per la sopravvivenza, con la conseguenza di aprire la strada ad illegalità ed emarginazione. Come in un tragico gioco della sedia, su 100 persone, le prime a sedersi sono quelle raccomandate in senso lato (tutte, meritevoli e non), poi i meritevoli e fortunati (alcuni) ed infine restano in piedi 12 tra cui sfortunati e alcuni meritevoli.  Partendo da questo stato di fatto perverso, hanno buon gioco le varie propagande in favore del ‘merito’: che trovino lavoro i più intelligenti, i più forti, i più precisi, i più puntuali, i più intraprendenti ecc. Ma siamo automi (da valutare in base alle prestazioni) o esseri umani (da valutare in base al cuore)? Ogni persona è un unicum, un mix di qualità e difetti, impossibile da valutare nella sua interezza: già l’intelligenza si presenta in infinite forme, ma anche la soglia di sopportazione della fatica è differente: così, può definirsi più meritevole colui che dopo 8 ore di lavoro raggiunge il 70% del limite di resistenza allo sforzo o chi a 7 ore raggiunge il 100% e dunque deve fermasi? Io dico il secondo, una valutazione semplificativa, puramente meccanica e quantitativa dirà certamente il primo, etichettando il secondo come ‘scansafatiche’!! Secondo me sarebbe invece molto più giusta e utile alla società una valutazione sull’onestà e, per quanto possibile, sulla volontà. Ma il nostro feroce e semplicistico sistema economico guarda solo i risultati, non il procedimento, come uno schiavista che schiocca la frusta, colpendo chi si inciampa, chi si piega per la fatica, chi si trova nel punto sbagliato, senza far domande, senza voler comprendere, nascondendo il proprio cuore dentro una cassaforte.

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